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Una storia calabrese, “il brigante Musolino”

La leggenda di un personaggio, diventato, tra il 1876 ed il 1956, un archetipo per le popolazioni di quel lembo d’Italia umiliato dall’occupazione sabauda.

Il Brigante Musolino

Il Brigante Musolino

Nel maggio del 1902, a Lucca, venne celebrato il processo a Giuseppe Musolino, nato in Santo Stefano d’Aspromonte (Reggio di Calabria) il 24 settembre 1876: faceva di professione il taglialegna. La leggenda si sviluppò intorno a questo personaggio, diventato un archetipo per le popolazioni di quel lembo d’Italia umiliato dall’occupazione sabauda, ma che, soprattutto per la legge sulla leva obbligatoria, indusse molti giovani a darsi alla macchia: le gesta di
quest’uomo fecero dimenticare alla gente la cruda realtà. La sua storia, come quella di tanti altri meridionali che, malgrado loro, diventarono briganti, ebbe inizio nel 1897 nel comune che gli aveva dato i natali. Il tutto accadde presso l’Osteria della Frasca quando, dopo una rissa, tal Vincenzo Zoccoli venne ferito da colpi d’arma da fuoco. Musolino, sospettato del tentato omicidio, scappò dal paese e fu in quel preciso momento che si delineò il suo destino. Si affermò: “E’ scappato, quindi è lui il colpevole”.
Appena sei mesi di latitanza ed eccolo arrestato e tradotto nelle carceri di Reggio Calabria, dove viene accusato del tentato omicidio di cui sopra. Alcune false testimonianze fecero sì che venisse condannato alla pena di ben 21 anni di reclusione.
Per tutta la durata del processo Giuseppe si dichiarò innocente ma non venne preso in considerazione. Nel 1899 fuggì dal carcere rendendosi latitante. E inizia la sua crudele vendetta: la prima a cadere sotto i suoi colpi fu la moglie di un suo accusatore, rimasero inoltre feriti lo stesso accusatore ed un’altra persona; successivamente fece saltare in aria una casa abitata dalla famiglia Zoccoli, non mietendo vittime. Tentò di ammazzare altre sette persone che però la scamparono grazie alla sua pessima mira.
Saputo che un giovine di sua conoscenza aveva deciso di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri, questi venne trucidato efferatamente dal Musolino. Uccise successivamente una guardia, tal Chirico. Dopo tutti questi tragici episodi, sulla sua testa venne messa la taglia di ben 5.000 lire. Il popolo, però, restò dalla sua parte considerandolo un novello Robin Hood mentre la dura repressione delle forze dell’ordine gli procurò simpatie nella popolazione. Successivamente, si impegnarono oltre 1500 agenti travestiti in vario modo e quasi un milione di lire pur di catturarlo; nel frattempo la sua epopea veniva raccontata dai cantastorie che descrivevano le vicissitudini del latitante ad un pubblico attonito e commosso. Giuseppe Musolino, visto che il cerchio andava stringendosi intorno alla sua persona decise di lasciare la Calabria.
Attraverso la Campania raggiunse Roma e seguì le rive del Tevere con l’intenzione di arrivare a raggiungere le sorgenti del fiume per poi attraversare l’Appennino umbro ed imbarcarsi ad Ancona o Pesaro su qualche barca di pescatori. Il suo tentativo si concluse nei pressi di Acqualagna nel territorio di Urbino: era il 10 ottobre 1901. Alcuni carabinieri che erano impegnati in un controllo di routine videro un uomo che, alla loro vista, si era immediatamente messo a correre in aperta campagna, lo raggiunsero anche grazie ad una sciagurata caduta del ricercato e nonostante questi si dichiarasse abitante del
posto, considerando il forte accento calabrese dell’uomo lo arrestarono conducendolo in prigione. Il processo svoltosi a Lucca lo condannò all’ergastolo. Morì, dopo che era stato graziato nel 1946, presso l’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria nel 1956. Qualche tempo dopo si accertò che la fucilata del quale era stato accusato nel 1897 non era stata fatta da lui ma da un certo Nicola Travia, che rivelò l’episodio negli Stati Uniti ove si era trasferito, anche per fine prescrizione del crimine. Dopo tanti anni da quelle gesta è ancora radicata nelle popolazioni rurali del Sud-Italia la convinzione che Giuseppe Musolino sia stato non un brigante ma un paladino degli oppressi.

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