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La canzone napoletana tra classico e moderno

Finestrella di Marechiaro - Lapide celebrativa a Salvatore Di Giacomo

Finestrella di Marechiaro - Lapide celebrativa a Salvatore Di Giacomo

La canzone napoletana, a livello planetario, è un marchio inconfondibile. Però, molto spesso,  è fatta di forti tinte oleografiche: è uno dei tanti tributi che Napoli deve pagare anche quando si affrontano temi a prima vista piacevoli.
Questo è  campo di accesi dibattiti e scuole di pensiero contrapposte e la cosa potrebbe anche essere considerata come  testimonianza di una perdurante vitalità. Aldilà di semplici manifestazioni musicali e poetiche ci si trova di fronte, infatti, ad un’espressione d’identità: la musica è uno di quei segni che rendono evidenti e riconoscibili i connotati di una cultura.
Il problema nasce quando queste forme espressive  sono mortificate con riproposizioni sciatte e volgari o  distorte e banali quali sono quelle che spesso ci propinano in televisione. L’unico modo per reagire a tutto questo è di contribuire a diffondere la conoscenza e lo studio di questo invidiabile patrimonio culturale.
Uno dei massimi esponenti di questa “espressione culturale” è stato senza dubbio Salvatore Di Giacomo.
Figlio di un medico e di una musicista, lasciò gli studi di medicina dopo una lezione di anatomia allorquando vide scivolare davanti a sé il bidello che teneva sulla testa una «tinozza di membra umane» e nel cadere, con lui rotolarono «teste mozze, inseguite da gambe insanguinanti». Dopo questo episodio si dedica al giornalismo e alla poesia.
“Tutte le nostre canzoni…” diceva Di Giacomo  sono suggestive,  penetranti,  amabili, originali, e nessuna è stupida o banale. In esse non si trovano soltanto le Nannine, o le Luiselle. Nella canzone napoletana c’è un po’ di tutto: è l’amarezza,  il compianto,  la rassegnazione,  la “rinunzia”,  insomma la filosofia di tutta la nostra vita..
Una delle sue poesie più famose è senza dubbio Marechiare’: non particolarmente amata dall’autore, fu  musicata dal compositore abruzzese Francesco Paolo Tosti.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a ll’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la luna a Marechiare…
A Marechiare ce sta na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
dint’ a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’ lucente….

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accunpagnà li suone cu la voce,
stasera chitarra aggio purtata…
Scé Caruli’ ca ll’aria è doce!…

A questa canzone è legato un curioso aneddoto, descritto dallo stesso autore in uno scritto apparso sul Corriere di Napoli del 1894: narra di una gita fatta con alcuni amici dell’Acquarium di Napoli i quali gli proposero un giro del golfo a bordo di un vaporetto di proprietà della Stazione Zoologica. Approdarono a Marechiaro fermandosi in una osteria vicino alle celebre “fenestella”.
L’oste, non riconoscendo Salvatore Di Giacomo, raccontò alla comitiva che il celebre poeta era stato lì a pranzo: vide la finestra, vide i fiori, vide Carolina e :“mettette tutto dint’a canzone”. La particolarità sta nel fatto che quella era la prima volta che Salvatore Di Giacomo si recava a Marechiaro.
Storie e aneddoti legati alle canzoni sono innumerevoli , nel prossimo numero racconteremo qualche altra curiosità legata agli autori di altre celebri canzoni .

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