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D’Annibale: manca una precisa volontà politico istituzionale di fare progetti anticrisi concreti


“Va detto comunque che in questo momento il mercato del fotovoltaico è soprattutto un prodotto di natura fi nanziaria”

Qui il nostro esperto ha un momento di rifl essione quasi a valutare l’opportunità di portare l’esperienza aziendale a suffragio delle sue argomentazioni. Poi si concede: “La nostra Azienda ha acquisito nel 2008 un importante produttore canadese di inverter (gli strumenti che consentono di trasformare l’energia
solare in corrente elettrica tradizionale, ndr) e questo ci sta dando davvero ottime soddisfazioni. Sono in molti però ormai a considerare questo fenomeno
comparabile con il boom dei data center che caratterizzò i primissimi anni duemila. Va detto comunque che in questo momento il mercato del fotovoltaico è
soprattutto un prodotto di natura fi nanziaria: vi sono state alcune regioni, la Puglia più di tutte grazie ad una legislazione veloce, che hanno stimolato parecchi impianti da oltre un megawatt che garantiscono un pay back di tutta rilevanza. Ma questo forte sviluppo creerà di certo anche una coscienza sociale
che stimolerà il sempre maggior impiego di energia pulita… Ritengo che il futuro del mercato, esaurita la corsa alla realizzazione dei mega impianti, avrà vita e incremento nel privato per la specifi ca scelta che ciascuno opererà nel proprio: dal villino al condominio. Per non dire degli edifi ci “sociali”: scuole, ospedali eccetera. In tal senso va riconosciuto che molti comuni, con pregevole tempismo, hanno già iniziato a percorrere questa strada.” Orazio, nelle sue Odi, sosteneva “Quid sit futurus cras, fuge quaerere” (Non cercar di sapere quel che avverrà domani) ma ai suoi tempi non esistevano né le crisi mondiali né, tanto meno, le pene degli imprenditori. In merito Roberto D’Annibale ha le idee chiare: “La larga maggioranza delle grandi industrie (quelle quotate in borsa) ha dovuto per ovvi motivi sospendere le comunicazioni uffi ciali sugli andamenti commerciali che si andavano caratterizzando, nel 2009, nazione
per nazione e quindi sono mancati dati precisi e oggettivi per valutare nella sua complessità tutto il fenomeno, però l’Italia ha avuto la fortuna di essere meno infettata dai titoli tossici. E qui è interessante una ipotesi che avanza un professore universitario esperto di questa materia: ci ha difeso la lingua. Il fatto cioè che in Italia pochi parlino l’inglese ha reso, a molti, incomprensibili quelle offerte di titoli che sembravano tanto allentanti e in realtà portavano alla catastrofe. Da qui, uno sguardo verso il futuro più sereno è di rigore, vista anche la potenza di certe locomotive mondiali (Cina, India) e la ripresa di alcune storiche (Usa, soprattutto)”.“
“L’Italia ha subìto meno lo schiaffo pesante della crisi”
Forse, nel famoso progetto governativo delle tre “i” (internet, impresa e inglese), converrà togliere l’ultima e continuare a parlare comunque e ovunque la lingua di Dante. E D’Annibale conclude: “L’Italia ha subìto meno lo schiaffo pesante della crisi. Però, può una azienda, per quanto possa esser brava e  organizzata, ma che comunque ha sentito questo grande disagio e sta cercando di reagire, sopravvivere in un Paese che non fa altrettanto? Non si vedono strategie di lungo o medio termine e questo suggerisce una forte preoccupazione. L’imprenditoria italiana è sana. Quello che manca è una precisa volontà politico-istituzionale di fare progetti concreti per aiutarla”. Come non condividere?

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