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	<title>Il Filo Conduttore - Materiale Elettrico - Di Pietro Spa &#187; Storia</title>
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	<description>Periodico aziendale della Di Pietro Spa</description>
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		<title>Brigantaggio nel Lazio e briganti a Rocca Priora</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 16:16:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra la fine del &#8216;700 e la prima metà dell&#8217;800, la cronaca nera sul brigantaggio nel Lazio riporta un lungo, agghiacciante elenco di grassazioni, omicidi, parricidi e assalti alle diligenze, perpetrati nei luoghi più impervi e torvi. Il Governo è quello del Papa Re, Pio IX, che prevede la pena capitale. Infatti molti briganti, acciuffati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1108" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-1108" title="Rocca Priora" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/10/Rocca-Priora.jpg" alt="Rocca Priora" width="200" height="110" /><p class="wp-caption-text">Rocca Priora</p></div>
<p>Tra la fine del &#8216;700 e la prima metà dell&#8217;800, la cronaca nera sul brigantaggio nel Lazio riporta un lungo, agghiacciante elenco di grassazioni, omicidi, parricidi e assalti alle diligenze, perpetrati nei luoghi più impervi e torvi. Il Governo è quello del Papa Re, Pio IX, che prevede la pena capitale. Infatti molti briganti, acciuffati, sono inesorabilmente condannati al&#8230; &#8220;taglio della testa e squarto&#8221;. Nell&#8217;elenco delle tante esecuzioni capitali tenuto da Mastro Titta (Giovanni Battista Bugatti, carnefi ce romano dal 1796 al 1864), ne risultano molte legate al brigantaggio operante nella malfamata &#8220;Macchia della Faiola&#8221;, zona aspra e selvaggia tra il Maschio d&#8217;Ariano, Monte Artemisio e Monte Algido. Questa zona dà il triste appellativo alla &#8220;banda dei briganti della Faiola&#8221;, capeggiata dal famigerato Gasperone o Gasbarrone, al secolo Cesare de Cesaris. Tra gli affi liati alla banda della Faiola spicca il luogotenente di Gasperone, Tommaso Transerici, detto il Maghetto. Tale appellativo gli viene attribuito per la sua spiccata agilità e diabolica furberia. Originario di Rocca Priora, vetta dei colli albanotuscolani che per la sua conformazione orografi ca costituisce il luogo più adatto come rifugio inespugnabile della banda, è colpevole di scorribande aggressive e sanguinose, tormentando l&#8217;intera zona intercastellana. Le continue lagnanze delle potenze straniere per le pessime condizioni di sicurezza dei dintorni di Roma, al punto da mettere a repentaglio la vita e gli averi di coloro che vi transitano, spingono il governo di Pio IX ad intraprendere una campagna anti brigantaggio e condurla con energia. La &#8220;Macchia della Faiola&#8221; è perlustrata palmo a palmo, ma le pattuglie, purtroppo, rientrano senza risultati apprezzabili: sembrerebbe che il Monte Artemisio sia collegato con il Monte Algido per mezzo di lunghe gallerie sottostanti il massiccio, di cui sono state trovate tracce evidenti durante scavi archeologici. Nell&#8217;anno 1817, il Maghetto capeggia una bellicosa orda di banditi nell&#8217;assalto a Villa Rufi nella, residenza del principe Aldobrandini in Frascati, che ospita Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. L&#8217;azione è fi nalizzata al sequestro del Bonaparte per ottenerne un forte riscatto, ma questi riesce a sottrarsi alla cattura, mettendosi in salvo attraverso i sotterranei della villa. Il bandito rapisce il pittore Chatillòn, credendolo il Principe Bonaparte. Si narra che l&#8217;artista fu trattato con cura dai briganti, perché dipinse ad ognuno il proprio ritratto. Chatillòn fu riscattato dal Principe stesso con ben 500 scudi. Per concludere con queste oscure cronache di brigantaggio a Rocca Priora, c&#8217;è da ricordare un tale Antonello da Rocca Priora, che fu preso, condannato e impiccato con squarto, per aver ucciso nel proprio letto, dopo averlo derubato di denari e gioielli, il cardinale Angelotto Palozzi di cui era cameriere, il giorno 12 settembre 1444. È questa una piccola parte del triste retaggio storico del brigantaggio nel Lazio e dei briganti della Faiola.</p>
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		<title>Storia di una grande impresa  elettrica, dimenticata.  La Unione Esercizi Elettrici.</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 15:42:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo ha lo scopo di far conoscere una società elettrica, la Unione Esercizi Elettrici (UNES) che, come recita il titolo, non è mai stata oggetto di ricerche mirate. UNES nasce ai primi del ‘900, ma ha il suo pieno sviluppo nel ventennio fascista. Al pari di aziende come Edison, SADE (Società Adriatica
di Elettricità), SIP [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_955" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><img class="size-medium wp-image-955 " title="Unione Esercizi Elettrici" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/05/unione-esercizi-elettrici-300x209.jpg" alt="Unione Esercizi Elettrici" width="180" height="125" /><p class="wp-caption-text">Unione Esercizi Elettrici</p></div>
<p>Questo articolo ha lo scopo di far conoscere una società elettrica, la Unione Esercizi Elettrici (UNES) che, come recita il titolo, non è mai stata oggetto di ricerche mirate. UNES nasce ai primi del ‘900, ma ha il suo pieno sviluppo nel ventennio fascista. Al pari di aziende come Edison, SADE (Società Adriatica<br />
di Elettricità), SIP (Società Idroelettrica Piemontese) e SME (Società Meridionale di Elettricità), UNES può tranquillamente annoverarsi tra le protagoniste<br />
dell’elettrifi cazione del paese.<br />
A differenza delle altre grandi citate, presenti nella memoria storica italiana, UNES non ha avuto alcuna letteratura. Il motivo è semplice. Dal 1962, anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica e della nascita di ENEL, la società non ha più svolto alcuna attività, fi nendo così per essere dimenticata. Eppure il suo territorio di competenza, in prevalenza zone agricole, si distribuiva su 50.000 kmq. UNES, nonostante ciò, considerò sempre “potenziali centri di sviluppo” queste zone a bassa densità di popolazione, operando in tal senso.<br />
All’interno del settore della storia industriale, quello dell’industria elettrica è senza dubbio tra i più stimolanti ed attuali, sia perché in gran parte inesplorato,<br />
sia per la sua importanza economica e politica.<br />
L’industria elettrica, superata la fase sperimentale, si inserisce nello sviluppo industriale nazionale dell’inizio del secolo, fornendo energia alle nascenti industrie meccaniche, chimiche e del cemento.<br />
Tra gli elementi di primaria importanza figura quello tecnico-manageriale: le prime applicazioni dell’elettricità risalgono al 1880, perciò già all’inizio del ‘900 esistevano competenze tecnico-scientifi che grazie, anche, a corsi universitari d’ingegneria industriale ed elettrotecnica. Proprio dai politecnici di Milan<br />
e Torino escono i giovani ingegneri che, abbinando competenza scientifi ca e capacità imprenditoriali, fondano nel 1905 la UNES. Però, tali virtù non furono<br />
condizioni suffi cienti a causa dell’enorme costo degli impianti, specie quelli idroelettrici, che necessitavano di colossali opere di sbarramento, di condotte forzate e dell’acquisto di macchinari in continua evoluzione.<br />
Se alla produzione seguiva la distribuzione dell’energia prodotta, si aggiungevano i costi per la palifi cazione delle linee, per la costruzione di cabine di trasformazione e smistamento, per la manutenzione e l’assistenza agli utenti.</p>
<p>Per ottenere questi ingenti capitali gli industriali dovettero far ricorso, spesso fin dalla nascita, a potenti finanziarie straniere, prevalentemente tedesche e<br />
svizzere, causa la modesta disponibilità di capitali delle banche italiane.<br />
Le prime banche “miste” Italiane che investirono nel settore elettrico furono la Banca Commerciale Italiana e, in misura minore, il Credito Italiano e la Banca Italiana di Sconto. La guerra fece la fortuna dei gruppi finanziari e industriali nazionali che, grazie alle commesse belliche, accumularono capitali così da accrescere l’influenza nei consigli di amministrazione delle società in cui amministratori e consiglieri, di origine o di nazionalità tedesca, furono costretti a dimettersi.</p>
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		<title>Bonifica della Piana di Terralba e nascita della attuale città di Arborea</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 08:29:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono passati oltre 80 anni da quando in Sardegna, nel 1928, fu bonificato un territorio di ben 18.000 ettari chiamato, fino ad allora, “Ala Birdis” che in lingua sarda significa “ali del diavolo”. Questo territorio, attualmente splendido polmone verde, non era che una palude infestata da insetti, bisce, tarantole e scorpioni. Per limitare il problema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_656" class="wp-caption alignleft" style="width: 161px"><img class="size-medium wp-image-656  " title="Bonifica della Piana di Terralba" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/06/arborea-216x300.jpg" alt="Bonifica della Piana di Terralba" width="151" height="210" /><p class="wp-caption-text">Bonifica della Piana di Terralba</p></div>
<p>Sono passati oltre 80 anni da quando in Sardegna, nel 1928, fu bonificato un territorio di ben 18.000 ettari chiamato, fino ad allora, “Ala Birdis” che in lingua sarda significa “ali del diavolo”. Questo territorio, attualmente splendido polmone verde, non era che una palude infestata da insetti, bisce, tarantole e scorpioni. Per limitare il problema si pensò, addirittura, di costruire manufatti idonei ad ospitare una particolare specie di pipistrello, chiamata Kahili, molto prolifera e risaputamente insettivora che, moltiplicandosi rapidamente, avrebbe contribuito notevolmente alla lotta agli insetti portatori di malaria.<br />
Atavico problema dell’isola, soprattutto dagli inizi dell’industrializzazione fino a giungere alla fine della prima guerra mondiale, erano le condizioni di vita delle popolazioni autoctone. Tali gruppi, presenti su territori abbandonati a se stessi, erano quindi soggetti a problemi esistenziali di ogni genere, in primis quelli di carattere igienico-sanitario.<br />
Superata la “carneficina” della Grande Guerra e con il trattato di pace di Versailles del 1919, le regioni italiane maggiormente colpite come Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige si trovarono ad attraversare un momento economico molto difficile. Una delle soluzioni  fu di rendere “vivibili” zone del nostro territorio tenute da sempre in uno stato di completo abbandono.<br />
Le problematiche relative la Sardegna fecero sì che venisse costituita, a Milano, una società denominata “Imprese Idroelettriche del Tirso” seguita, poi, dalla “Società Bonifiche Sarde”. La figura più emblematica di questo progetto fu l’Ingegnere Giulio Dolcetta, industriale vicentino, che attraverso accordi con le Amministrazioni locali individuò i territori da bonificare.<br />
In Sardegna si individuò un territorio su cui s’iniziò ad operare nelle vicinanze di Oristano, delimitato dagli stagni di S’Ena Arrubia a nord, Sassu ad est e di San Giovanni a sud.<br />
Nel 1922 iniziarono i lavori ed il  19 ottobre 1928, alla presenza di Vittorio Emanuele III°, di Costante Ciano (padre di Galeazzo) e delle più alte cariche dello Stato,  venne inaugurato il “Villaggio Mussolini” articolato in  sette corti coloniche denominate S’Ungroni, Alabirdis, Pompongias, Torre vecchia, Linnas, Tanca Marchese e Luri.</p>
<div id="attachment_657" class="wp-caption alignleft" style="width: 170px"><img class="size-medium wp-image-657   " title="Giulio Dolcetta" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/06/arborea2-229x300.jpg" alt="Giulio Dolcetta" width="160" height="210" /><p class="wp-caption-text">Giulio Dolcetta</p></div>
<p>Il problema successivo fu popolare questi luoghi, così il regime fascista pensò di “trasferirvi” i contadini e gli agricoltori, provenienti quasi totalmente dal Nord d’Italia, vittime della Grande Guerra. Si pensi che i soli coloni veneti, nel 1930, rappresentavano ben il 67,8 % della popolazione residente.<br />
I primi abitanti della zona bonificata non raggiungevano le 1.000 unità ma nel 1936 il Comune di Mussolinia di Sardegna contava 3.800 persone.<br />
Le attività di bonifica trasformarono radicalmente la zona attraverso disboscamenti, colmate di paludi, spianature del terreno, costruzione di canali, strade, centri agricoli e  case poderali da assegnare ai coloni, il tutto realizzato in perfetto stile architettonico neo-classico veneto, compreso l’emblematico esempio della &#8220;Chiesa del Cristo Redentore” ancora oggi esistente.<br />
Oggi Arborea, nome definitivo assunto nel 1944, conta 3.828 abitanti e, oltre a essere noto come “giardino veneto in terra sarda”, ha un prestigioso primato: quello di figurare al 10° posto, in Italia, per reddito procapite (dati ISTAT 2004).<br />
A ricordo perenne della figura dell’Ing. Dolcetta  è stato edificato, ad Arborea, un monumento in suo onore e l’Assessorato alla Cultura organizza con l’Associazione Veneti nel Mondo, il Premio letterario “Giulio Dolcetta”, mentre un chiaro riferimento alla regione d’origine è rappresentato dalla “Sagra della polenta”!</p>
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		<title>Una storia calabrese, “il brigante Musolino”</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 08:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ciro Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[La leggenda di un personaggio, diventato, tra il 1876 ed il 1956, un archetipo per le popolazioni di quel lembo d’Italia umiliato dall’occupazione sabauda.
Nel maggio del 1902, a Lucca, venne celebrato il processo a Giuseppe Musolino, nato in Santo Stefano d’Aspromonte (Reggio di Calabria) il 24 settembre 1876: faceva di professione il taglialegna. La leggenda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>La leggenda di un personaggio, diventato, tra il 1876 ed il 1956, un archetipo per le popolazioni di quel lembo d’Italia umiliato dall’occupazione sabauda.</em></p>
<div id="attachment_665" class="wp-caption alignleft" style="width: 124px"><img class="size-full wp-image-665 " title="Il Brigante Musolino" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/06/il-brigante-Musolino.jpg" alt="Il Brigante Musolino" width="114" height="119" /><p class="wp-caption-text">Il Brigante Musolino</p></div>
<p>Nel maggio del 1902, a Lucca, venne celebrato il processo a Giuseppe Musolino, nato in Santo Stefano d’Aspromonte (Reggio di Calabria) il 24 settembre 1876: faceva di professione il taglialegna. La leggenda si sviluppò intorno a questo personaggio, diventato un archetipo per le popolazioni di quel lembo d’Italia umiliato dall’occupazione sabauda, ma che, soprattutto per la legge sulla leva obbligatoria, indusse molti giovani a darsi alla macchia: le gesta di<br />
quest’uomo fecero dimenticare alla gente la cruda realtà. La sua storia, come quella di tanti altri meridionali che, malgrado loro, diventarono briganti, ebbe inizio nel 1897 nel comune che gli aveva dato i natali. Il tutto accadde presso l’Osteria della Frasca quando, dopo una rissa, tal Vincenzo Zoccoli venne ferito da colpi d’arma da fuoco. Musolino, sospettato del tentato omicidio, scappò dal paese e fu in quel preciso momento che si delineò il suo destino. Si affermò: “E’ scappato, quindi è lui il colpevole”.<br />
Appena sei mesi di latitanza ed eccolo arrestato e tradotto nelle carceri di Reggio Calabria, dove viene accusato del tentato omicidio di cui sopra. Alcune false testimonianze fecero sì che venisse condannato alla pena di ben 21 anni di reclusione.<br />
Per tutta la durata del processo Giuseppe si dichiarò innocente ma non venne preso in considerazione. Nel 1899 fuggì dal carcere rendendosi latitante. E inizia la sua crudele vendetta: la prima a cadere sotto i suoi colpi fu la moglie di un suo accusatore, rimasero inoltre feriti lo stesso accusatore ed un’altra persona; successivamente fece saltare in aria una casa abitata dalla famiglia Zoccoli, non mietendo vittime. Tentò di ammazzare altre sette persone che però la scamparono grazie alla sua pessima mira.<br />
Saputo che un giovine di sua conoscenza aveva deciso di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri, questi venne trucidato efferatamente dal Musolino. Uccise successivamente una guardia, tal Chirico. Dopo tutti questi tragici episodi, sulla sua testa venne messa la taglia di ben 5.000 lire. Il popolo, però, restò dalla sua parte considerandolo un novello Robin Hood mentre la dura repressione delle forze dell’ordine gli procurò simpatie nella popolazione. Successivamente, si impegnarono oltre 1500 agenti travestiti in vario modo e quasi un milione di lire pur di catturarlo; nel frattempo la sua epopea veniva raccontata dai cantastorie che descrivevano le vicissitudini del latitante ad un pubblico attonito e commosso. Giuseppe Musolino, visto che il cerchio andava stringendosi intorno alla sua persona decise di lasciare la Calabria.<br />
Attraverso la Campania raggiunse Roma e seguì le rive del Tevere con l’intenzione di arrivare a raggiungere le sorgenti del fiume per poi attraversare l’Appennino umbro ed imbarcarsi ad Ancona o Pesaro su qualche barca di pescatori. Il suo tentativo si concluse nei pressi di Acqualagna nel territorio di Urbino: era il 10 ottobre 1901. Alcuni carabinieri che erano impegnati in un controllo di routine videro un uomo che, alla loro vista, si era immediatamente messo a correre in aperta campagna, lo raggiunsero anche grazie ad una sciagurata caduta del ricercato e nonostante questi si dichiarasse abitante del<br />
posto, considerando il forte accento calabrese dell’uomo lo arrestarono conducendolo in prigione. Il processo svoltosi a Lucca lo condannò all’ergastolo. Morì, dopo che era stato graziato nel 1946, presso l’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria nel 1956. Qualche tempo dopo si accertò che la fucilata del quale era stato accusato nel 1897 non era stata fatta da lui ma da un certo Nicola Travia, che rivelò l’episodio negli Stati Uniti ove si era trasferito, anche per fine prescrizione del crimine. Dopo tanti anni da quelle gesta è ancora radicata nelle popolazioni rurali del Sud-Italia la convinzione che Giuseppe Musolino sia stato non un brigante ma un paladino degli oppressi.</p>
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