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	<title>Il Filo Conduttore - Materiale Elettrico - Di Pietro Spa &#187; Musica e Curiosità</title>
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	<description>Periodico aziendale della Di Pietro Spa</description>
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		<title>Aniello Califano Tra chanteuses e varietà, nasce ‘O surdato ‘nnammurato</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 09:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Raspaolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica e Curiosità]]></category>

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		<description><![CDATA[Aniello Califano nasce a Sorrento il 19 Gennaio 1870, nella casa dei nonni materni. La famiglia è di quelle che contano in fatto di ricchezza, infatti sono proprietari terrieri tra Sorrento e la provincia di Salerno.
La madre, di Sorrento, è comproprietaria dell’albergo Rispoli futuro Grande Hotel Vittoria, mentre la famiglia paterna è originaria di Malta.
Sin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1088" class="wp-caption alignleft" style="width: 230px"><img class="size-full wp-image-1088" title="‘O surdato ‘nnammurato - Aniello Califano" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/10/surdato.jpg" alt="‘O surdato ‘nnammurato - Aniello Califano" width="220" height="140" /><p class="wp-caption-text">‘O surdato ‘nnammurato - Aniello Califano</p></div>
<p>Aniello Califano nasce a Sorrento il 19 Gennaio 1870, nella casa dei nonni materni. La famiglia è di quelle che contano in fatto di ricchezza, infatti sono proprietari terrieri tra Sorrento e la provincia di Salerno.<br />
La madre, di Sorrento, è comproprietaria dell’albergo Rispoli futuro Grande Hotel Vittoria, mentre la famiglia paterna è originaria di Malta.<br />
Sin dalle elementari Aniello scopre la sua vena poetica e il padre, appassionato di letteratura dialettale, alimenta questa vena portandogli da Napoli libri di Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo. Si esibisce durante le feste in casa improvvisando rime baciate, guadagnando, immancabilmente, un soldo da qualche parente. A scuola primeggia in italiano e storia. Nel 1887 il padre gli affitta un quartino in piazza Carità a Napoli, per permettergli di frequentare l’ultima classe del tecnico, ma qui i luoghi di piacere per un ragazzo della provincia sono troppi. Inizia così a frequentare trattorie, birrerie e caffè,  incontrando in uno di questi locali il poeta Ferdinando Russo, di cui è grande estimatore. Tra poeti e musicisti si trova a suo agio. Con il sostegno<br />
economico del padre pubblica le sue prime raccolte di poesie. Ormai vive a Napoli da sei anni con l’aiuto dei genitori che continuano a finanziarlo, anche se rassegnati: non lo vedranno mai ingegnere! Di temperamento focoso, il poeta frequenta e corteggia molte sciantose dell’epoca, attirate anche dalla disponibilità economica del giovanotto, il quale, tra un’avventura e l’altra, non disdegna di tornare nel paese nativo, dove in casa dei genitori conosce Stella Pepe, dama di compagnia della madre. Stella è una donna del popolo sposata due volte e per due volte rimasta vedova.<br />
Dall’amicizia con Aniello nasceranno quattro fi gli, anche se i due non si sposeranno mai. Il pensiero comune è che il poeta, viveur scapestrato, amante della bella vita e delle belle donne, non volesse sposare Stella. La verità è che Stella, per il fatto di aver perso due mariti, crede nel malocchio. Intanto, a Napoli nell’ambiente dei poeti e musicisti, Califano si è fatto strada: è stimato dai suoi colleghi anche per la sua copiosa produzione di poesie e canzoni, pur cambiando spesso editore. Siamo nel 1915: il generale Cadorna fi rma il bollettino di guerra, gli spettacoli hanno perduto gran parte del pubblico giovane e gli autori si concentrano su canzoni patriottiche. Nello stesso anno Aniello sforna undici canzoni, tra cui:</p>
<p><strong>‘O surdato ‘nnammurato</strong><br />
<em>Staje luntana da stu core,<br />
a te volo cu ‘o penziero:<br />
niente voglio e niente spero<br />
ca tenerte sempe<br />
a fi anco a me!<br />
Si sicura ‘e chist’ammore<br />
comm’i só sicuro ‘e te&#8230;<br />
Oje vita, oje vita mia&#8230;<br />
oje cor ‘e chistu core&#8230;<br />
si stata ‘o primmo ammore&#8230;<br />
e ‘o primmo e ll’ùrdemo<br />
sarraje pe’ me!<br />
Quand ‘a notte nun te veco,<br />
nun te sento ‘int’a sti bbracce,<br />
nun te vaso chesta faccia,<br />
nun t’astregno forte<br />
‘mbraccio a me?!<br />
Ma, scetánnome ‘a sti suonne,<br />
mme faje chiagnere pe’ te&#8230;</em><br />
Ritornello<br />
<em>Scrive sempe e sta’ cuntenta:<br />
io nun penzo che a te sola&#8230;<br />
Nu penziero mme cunzola,<br />
ca tu pienze sulamente a me&#8230;<br />
‘A cchiù bella ‘e tutte bbelle,<br />
nun è maje cchiù bella ‘e te!</em><br />
Ritornello</p>
<p>L’editore Gennarelli, letti i versi sicommuove, lui che è un uomo tosto non ha potuto nasconderele lacrime ma si rende conto che, per trasformarli in una canzone orecchiabile, bisogna affi darli ad un musicista capace: Enrico Cannio. Il successo è immediato, la canzone è cantata nelle trincee e nei cafè chantant<br />
ma, scoppiata la pace, il fascismo mette all’indice quel canto “disfattista”. Qualche decennio dopo i tifosi del Napoli calcio la cantano allo stadio come pegno<br />
d’amore incondizionato.<br />
Nel ‘19 Aniello muore, probabilmente per un’infezione alla gola, nella sua casa di S.Egidio del Monte Albino. Nel paese si diffonde la notizia che la morte è causata dal vaiolo, motivo per cui nessun impresario di pompe funebri è disposto a trasferirlo al cimitero. Infatti se ne occupa il mezzadro della fattoria di famiglia, che carica la bara su di un carretto e la porta, da solo, al cimitero e come epilogo della storia brucia il carretto e tutti i mobili della camera da letto del poeta.</p>
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		<title>Vincenzo Russo, poeta del popolo</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 14:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Raspaolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica e Curiosità]]></category>

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		<description><![CDATA[I’ te vurrìa vasá, Maria Marì, Torna Maggio sono solo alcune delle sue canzoni famose in tutto il mondo. Eppure, pochi uomini di così grande talento sono stati condannati all’oblio quanto Vincenzo Russo. La sua biografia è stata a lungo tracciata sul filo dell’aneddoto. È stato descritto come analfabeta, triste e dispensatore di numeri al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_474" class="wp-caption alignleft" style="width: 161px"><img class="size-full wp-image-474 " title="musica-e-curiosità" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/05/musica-e-curiosità.jpg" alt="Musica e Curiosità: Vincenzo Russo, il poeta del popolo" width="151" height="208" /><p class="wp-caption-text">Musica e Curiosità: Vincenzo Russo, il poeta del popolo</p></div>
<p>I’ te vurrìa vasá, Maria Marì, Torna Maggio sono solo alcune delle sue canzoni famose in tutto il mondo. Eppure, pochi uomini di così grande talento sono stati condannati all’oblio quanto Vincenzo Russo. La sua biografia è stata a lungo tracciata sul filo dell’aneddoto. È stato descritto come analfabeta, triste e dispensatore di numeri al bancolotto. Adesso sappiamo che è tutto falso o quanto meno esagerato. Questo ingiusto trattamento, forse, è da attribuire proprio al suo atto di nascita: Russo vide la luce il 18 marzo 1876 nella sezione Mercato, zona povera di Napoli, e non se ne staccò mai, rimanendo sempre estraneo all’ambiente dorato della canzone. Il padre Giuseppe era un umile calzolaio e la madre Lucia una onesta donna di casa. Per motivi di salute non frequentò le scuole elementari, ma ciò nonostante raggiunse un discreto grado di istruzione, frequentando i corsi serali per operai. Dopo la morte del padre, dovendo contribuire al bilancio familiare, trovò lavoro come guantaio. Convinto di dover dire addio alla poesia, un giorno incontrò il musicista Eduardo Di Capua, famoso per la musica di ‘O sole mio. Il sodalizio produsse alcune indimenticabili canzoni, tra cui il loro primo capolavoro, Maria Marì, che ottenne grande risonanza mondiale. Il 1° gennaio 1900 l’amico Di Capua gli diede notizia di aver ricevuto un anticipo dal loro editore e gli regalò una serata al Salone Margherita, dove si esibiva Armando Gill. All’uscita, Vincenzo fece scivolare nelle tasche dell’amico i versi di I’ te vurrìa vasá. Il giorno dopo Di Capua aveva già composto la musica: «La sognavo proprio così» disse Russo «Ce la pagheranno bene?». Non fu così! Nessuno dei grandi autori della canzone napoletana si è mai arricchito. L’amore non corrisposto rese malinconica la vena poetica di Vincenzo. I nomi erano diversi, Carolina, Maria, Carmela, ma erano solo un modo per proteggere l’identità dell’unico suo amore: Enrichetta Marchese. Figlia di un gioielliere, tutte le domeniche andava a messa con il calesse e, chiedendo al cocchiere di rallentare sotto la fi nestra di Russo, alzava lo sguardo per incrociare quello del poeta. Ad Enrichetta, non indifferente a quell’affetto muto, fu negata questa unione dai suoi genitori, causa la troppa differenza sociale. A giugno del 1904 Vincenzo, ormai molto malato, vide dalla sua finestra la chiesa di fronte tutta addobbata con ghirlande di fi ori e piante: Enrichetta si sposa! Non riuscendo a stare in piedi, tornò a letto, chiese al cognato di prendere un foglio e gli dettò: L’urdema canzona mia. …. Pe’ me tutt’è fernuto! Addio, staggione belle, addio, rose e viole, i’ ve saluto. Indirizzato all’amico Di Capua, il foglio con i versi finì nelle mani di Enrichetta Marchese, che lo conservò in un medaglione tenendolo al collo fino all’ultimo dei suoi giorni. La storia de L’urdema canzone mia è talmente bella che non può andare persa, anche se dall’archivio delle chiese della zona non risultano matrimoni<br />
in quei giorni. www.e-songenapoli.it</p>
<p><em>I’ te vurrìa vasá<br />
Ah! Che bell’aria fresca&#8230;<br />
Ch’addore ‘e malvarosa&#8230;<br />
E tu durmenno staje,<br />
‘ncopp’a sti ffronne ‘e rosa!<br />
‘O sole, a poco a poco,<br />
pe’ stu ciardino sponta&#8230;<br />
‘o viento passa e vasa<br />
stu ricciulillo ‘nfronte!<br />
I’ te vurrìa vasá&#8230;<br />
I’ te vurrìa vasá&#8230;<br />
ma ‘o core nun mm’’o ddice<br />
‘e te scetá&#8230;<br />
‘e te scetá!&#8230;<br />
I’ mme vurrìa addurmí&#8230;<br />
I’ mme vurrìa addurmí&#8230;<br />
vicino ‘o sciato tujo,<br />
n’ora pur’i’&#8230;<br />
n’ora pur’i’!&#8230;<br />
Tu duorme oje Rosa mia&#8230;<br />
e duorme a suonno chino,<br />
mentr’io guardo, ‘ncantato,<br />
stu musso curallino&#8230;<br />
E chesti ccarne fresche,<br />
e chesti ttrezze nere,<br />
mme mettono, ‘int’’o core,<br />
mille male penziere!<br />
I’ te vurrìa vasá&#8230; ….<br />
Sento stu core tujo<br />
ca sbatte comm’a ll’onne!<br />
Durmenno, angelo mio,<br />
chisà tu a chi te suonne&#8230;<br />
‘A gelusia turmenta<br />
stu core mio malato:<br />
Te suonne a me?&#8230; Dimméllo!<br />
O pure suonne a n’ato?<br />
I’ te vurrìa vasá&#8230;</em></p>
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		<title>Gabriele D&#8217;Annunzio e la canzone napoletana &#8216;A Vucchella&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 08:20:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Raspaolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica e Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[canzone napoletana]]></category>

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		<description><![CDATA[Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Suo padre era stato adottato da una zia materna e dal marito di lei, Antonio D’Annunzio, che gli diede il cognome. Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice, studiò al collegio Cicognini di Prato. A sedici anni , con l’aiuto finanziario del padre, pubblicò la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_650" class="wp-caption alignleft" style="width: 148px"><img class="size-medium wp-image-650 " title="Gabriele D'Annunzio" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/06/gabreile-dannunzio-197x300.jpg" alt="Gabriele D'Annunzio" width="138" height="210" /><p class="wp-caption-text">Gabriele D&#39;Annunzio</p></div>
<p>Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Suo padre era stato adottato da una zia materna e dal marito di lei, Antonio D’Annunzio, che gli diede il cognome. Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice, studiò al collegio Cicognini di Prato. A sedici anni , con l’aiuto finanziario del padre, pubblicò la sua prima opera, ‘Primo vere’,  una raccolta di poesie. Dopo aver concluso gli studi liceali giunse a Roma nel 1881. Piccolo, sgraziato e afflitto dalla calvizie, eppure piaceva! Aveva gusti bizzarri (anche in fatto di sesso), amava il lusso e non badava a spese. La passione per le donne, unita ad un temperamento sanguigno, lo portò ad avere una vita avventurosa. A Roma frequentò salotti e redazioni accolto da un folto gruppo di scrittori, artisti e giornalisti abruzzesi. Nel 1891 arrivò a Napoli. Doveva essere una tappa di ventiquattr’ore, giusto il tempo per salutare il suo compaesano Eduardo Scarfoglio, invece vi restò più di due anni. Anche qui ebbe diverse storie amorose: si racconta di occhiate troppo insistenti ad una bella signora in un ristorante napoletano e dell’ira del marito di lei, che lo schiaffeggiò fracassandogli il monocolo. Solo l’intervento dell’amico Saverio Nitti evitò il peggio, spiegando al marito offeso che era al cospetto del grande poeta. “ Questo tipo strano è un poeta?” chiese lo sfidante. Per mantenere il suo oneroso stile di vita ebbe numerose collaborazioni giornalistiche con il “Corriere di Napoli” e poi con “Il Mattino”, incassò i diritti d’autore dei suoi numerosi libri e di una canzone ‘A vucchella’, prima, unica e celebre canzone napoletana scritta da D’Annunzio, anomala nel testo e nella melodia, costruita come una romanza sul corpo di un antico canto popolare abruzzese.</p>
<p><em>Si comm&#8217;a nu sciurillo&#8230;<br />
tu tiene na vucchella,<br />
nu poco pucurillo,<br />
appassuliatella.<br />
Méh, dammillo, dammillo,<br />
è comm&#8217;a na rusella&#8230;<br />
dammillo nu vasillo,<br />
dammillo, Cannetella!<br />
Dammillo e pigliatillo<br />
nu vaso&#8230;piccerillo<br />
comm&#8217;a chesta vucchella<br />
che pare na rusella&#8230;<br />
nu poco pucurillo<br />
appassuliatella&#8230;</em></p>
<p>Sulla genesi di questa canzone esistono almeno tre versioni. La prima vuole che sia nata per dimostrare al musicista e corregionale Francesco Paolo Tosti che poetare in napoletano fosse facile. La seconda che la canzone fu composta nella redazione de “Il Mattino”. La terza, e più accreditata, vuole che sia nata da una scommessa fatta con il poeta  Ferdinando Russo al tavolino del Caffè Gambrinus.  Quasi certamente ‘A vucchella’ (la boccuccia) apparteneva a Maria Gravina Cruyllas di Rammacca, siciliana, moglie del conte di Anguissola di San Damiano: trent’anni e una folta chioma rossa. Grazie all’interpretazione del tenore Enrico Caruso, divenne un successo internazionale.</p>
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		<title>Una bella storia d’amore: “Voce e notte”</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 07:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Raspaolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica e Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[canzone napoletana]]></category>

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		<description><![CDATA[Edoardo Nicolardi nasce a Napoli il 28/02/1878. Il padre è amministratore de “Il Mattino”. Lasciati gli studi di giurisprudenza si dedica anche lui al giornalismo, nel 1903 a soli 25 anni è già redattore del “Don Marzio”, un quotidiano molto popolare.
Fu proprio nel 1903 che Edoardo Nicolardi incontra, quasi per caso Anna Rossi, una bella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_643" class="wp-caption alignleft" style="width: 207px"><img class="size-full wp-image-643 " title="Edoardo Nicolardi" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/06/nicolardi.jpg" alt="Edoardo Nicolardi" width="197" height="250" /><p class="wp-caption-text">Edoardo Nicolardi</p></div>
<p>Edoardo Nicolardi nasce a Napoli il 28/02/1878. Il padre è amministratore de “Il Mattino”. Lasciati gli studi di giurisprudenza si dedica anche lui al giornalismo, nel 1903 a soli 25 anni è già redattore del “Don Marzio”, un quotidiano molto popolare.<br />
Fu proprio nel 1903 che Edoardo Nicolardi incontra, quasi per caso Anna Rossi, una bella brunetta di diciotto anni, sua vicina di casa, è il classico colpo di fulmine, i giovani si innamorano perdutamente, ma solo attraverso sguardi da lontano, come si usava allora.<br />
Un giorno Edoardo decide di rompere gli indugi, si presenta a casa della ragazza per chiederne la mano, viene accolto in una bella casa piena di mobili e oggetti sfarzosi. Il padre di Anna, Gennaro Rossi è un ricco commerciante di cavalli da corsa “Cosa volete?” chiese al giovanotto,<br />
“Sono venuto a chiedere la mano di vostra figlia” rispose Edoardo quasi intimorito, “Che proprietà avete” ribattè il sig. Rossi, “Nessuna, sono solo un lavoratore che farà felice vostra figlia”.<br />
Fu cacciato da quella casa, si ritrovò in strada con un nodo alla gola. Anna fu promessa in sposa ad un ricco commerciante, Pompeo Corbera,<br />
cliente di suo padre, aveva trentacinque anni più di lei e molte proprietà da portare in dote. Anna si oppose con tutte le sue forze, ma inutilmente, dopo due mesi sposava il ricco Pompeo Corbera. Gli sposi andarono ad abitare in Via Santa Teresa. ‘In letteratura l’amore realizzato crea i grandi prosatori, perché il sogno d’amore si logora nella vita quotidiana, mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti, perché l’amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si sublima con il passare degli anni.<br />
Il giovane Edoardo di notte, quando finiva di lavorare al giornale, andava sotto quei balconi ed una notte gli sembrò di vedere la sua amata dietro ai vetri che lo salutava, ritornò a casa sconvolto, e di getto scrisse una delle più belle poesie d’amore di tutti i tempi.</p>
<p><strong>Voce e Notte</strong><br />
<em>Si ‘sta voce te scéta ‘int’’a nuttata,<br />
mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino&#8230;<br />
Statte scetata, si vuó’ stá scetata,<br />
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino&#8230;<br />
Nun ghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,<br />
pecché nun puó sbagliá ‘sta voce è ‘amia&#8230;<br />
E’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,<br />
scurnuse, nce parlávamo cu ‘o “vvuje”.<br />
Si ‘sta voce te canta dint’’o core<br />
chello ca nun te cerco e nun te dico;<br />
tutt’’o turmiento ‘e nu luntano ammore,<br />
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico&#8230;<br />
Si te vène na smania ‘e vulé bene,<br />
na smania ‘e vase córrere p’’e vvéne,<br />
nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,<br />
vásate a chillo&#8230;che te ‘mporta ‘e me?<br />
Si ‘sta voce, che chiagne ‘int’’a nuttata,<br />
te sceta ‘o sposo, nun avé paura&#8230;<br />
Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,<br />
dille ca dorme e che se rassicura&#8230;<br />
Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via<br />
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!<br />
Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá&#8230;<br />
Canta isso sulo&#8230;Ma che canta a fá?!&#8230;”</em></p>
<p>Solo dopo molta insistenza il maestro Ernesto De Curtis riuscì, ad avere il testo di questa poesia, che rivestì di una musica struggente. Ma la storia non finì così, il Sig. Corbera morì improvvisamente, così Anna, diciannovenne, rimase vedova e riuscì a coronare il suo sogno d’amore, sposò Edoardo, la coppia  generò ben 8 figli.<br />
Edoardo oltre ad essere un bravo giornalista fu anche poeta straordinario non rinunciando mai all’umorismo. Morì il 26 Febbraio 1954 affidando le sue  ultime volontà in una delle sue più popolari poesie intitolata &#8216;<strong>Testamento</strong>&#8216;<br />
<em>Quanno mor’io, chiagnìteme<br />
nu quarto d’ora e basta.<br />
Che m’atterrate all’ùnnice?<br />
Salute e bbene! ‘e ddoie<br />
menàte ‘a pasta.</em><br />
(‘<em>Piangetemi solo per un quarto d’ora.<br />
Mi seppelirete alle undici ?<br />
Beh, alle due mettete a cuocere la pasta</em>’.)</p>
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		<title>La canzone napoletana tra classico e moderno</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 09:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Raspaolo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[canzone napoletana]]></category>

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		<description><![CDATA[La canzone napoletana, a livello planetario, è un marchio inconfondibile. Però, molto spesso,  è fatta di forti tinte oleografiche: è uno dei tanti tributi che Napoli deve pagare anche quando si affrontano temi a prima vista piacevoli.
Questo è  campo di accesi dibattiti e scuole di pensiero contrapposte e la cosa potrebbe anche essere considerata come  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_828" class="wp-caption alignleft" style="width: 164px"><img class="size-full wp-image-828 " title="Finestrella di Marechiaro - Lapide celebrativa a Salvatore Di Giacomo" src="http://www.ilfiloconduttore.it/wp-content/uploads/2010/06/finestrella-di-marechiaro.jpg" alt="Finestrella di Marechiaro - Lapide celebrativa a Salvatore Di Giacomo" width="154" height="98" /><p class="wp-caption-text">Finestrella di Marechiaro - Lapide celebrativa a Salvatore Di Giacomo</p></div>
<p>La canzone napoletana, a livello planetario, è un marchio inconfondibile. Però, molto spesso,  è fatta di forti tinte oleografiche: è uno dei tanti tributi che Napoli deve pagare anche quando si affrontano temi a prima vista piacevoli.<br />
Questo è  campo di accesi dibattiti e scuole di pensiero contrapposte e la cosa potrebbe anche essere considerata come  testimonianza di una perdurante vitalità. Aldilà di semplici manifestazioni musicali e poetiche ci si trova di fronte, infatti, ad un’espressione d’identità: la musica è uno di quei segni che rendono evidenti e riconoscibili i connotati di una cultura.<br />
Il problema nasce quando queste forme espressive  sono mortificate con riproposizioni sciatte e volgari o  distorte e banali quali sono quelle che spesso ci propinano in televisione. L’unico modo per reagire a tutto questo è di contribuire a diffondere la conoscenza e lo studio di questo invidiabile patrimonio culturale.<br />
Uno dei massimi esponenti di questa “espressione culturale” è stato senza dubbio Salvatore Di Giacomo.<br />
Figlio di un medico e di una musicista, lasciò gli studi di medicina dopo una lezione di anatomia allorquando vide scivolare davanti a sé il bidello che teneva sulla testa una «tinozza di membra umane» e nel cadere, con lui rotolarono «teste mozze, inseguite da gambe insanguinanti». Dopo questo episodio si dedica al giornalismo e alla poesia.<br />
“Tutte le nostre canzoni…” diceva Di Giacomo  sono suggestive,  penetranti,  amabili, originali, e nessuna è stupida o banale. In esse non si trovano soltanto le Nannine, o le Luiselle. Nella canzone napoletana c’è un po’ di tutto: è l’amarezza,  il compianto,  la rassegnazione,  la “rinunzia”,  insomma la filosofia di tutta la nostra vita..<br />
Una delle sue poesie più famose è senza dubbio Marechiare’: non particolarmente amata dall’autore, fu  musicata dal compositore abruzzese Francesco Paolo Tosti.</p>
<p><em>Quanno sponta la luna a Marechiare<br />
pure li pisce nce fanno a ll&#8217;ammore,<br />
se revoteno ll&#8217;onne de lu mare,<br />
pe la priezza cagneno culore,<br />
quanno sponta la luna a Marechiare&#8230;<br />
A Marechiare ce sta na fenesta,<br />
la passione mia ce tuzzulea,<br />
nu carofano addora &#8216;int&#8217;a na testa,<br />
passa ll&#8217;acqua pe sotto e murmulea&#8230;<br />
a Marechiare ce sta na fenesta&#8230;</em></p>
<p><em>Chi dice ca li stelle so&#8217; lucente<br />
nun sape st&#8217;uocchie ca tu tiene nfronte,<br />
sti doie stelle li saccio io sulamente,<br />
dint&#8217; a lu core ne tengo li pponte,<br />
chi dice ca li stelle so&#8217; lucente&#8230;.</em></p>
<p><em>Scétete Caruli&#8217; ca ll&#8217;aria è doce,<br />
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?<br />
P&#8217;accunpagnà li suone cu la voce,<br />
stasera chitarra aggio purtata&#8230;<br />
Scé Caruli&#8217; ca ll&#8217;aria è doce!&#8230;<br />
</em><br />
A questa canzone è legato un curioso aneddoto, descritto dallo stesso autore in uno scritto apparso sul Corriere di Napoli del 1894: narra di una gita fatta con alcuni amici dell’Acquarium di Napoli i quali gli proposero un giro del golfo a bordo di un vaporetto di proprietà della Stazione Zoologica. Approdarono a Marechiaro fermandosi in una osteria vicino alle celebre “fenestella”.<br />
L’oste, non riconoscendo Salvatore Di Giacomo, raccontò alla comitiva che il celebre poeta era stato lì a pranzo: vide la finestra, vide i fiori, vide Carolina e :“mettette tutto dint’a canzone”. La particolarità sta nel fatto che quella era la prima volta che Salvatore Di Giacomo si recava a Marechiaro.<br />
Storie e aneddoti legati alle canzoni sono innumerevoli , nel prossimo numero racconteremo qualche altra curiosità legata agli autori di altre celebri canzoni .</p>
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